Sliding Doors: Decidi da che parte stare!

Sliding Doors: ogni decisione è un nuovo inizio!

Le storie che stai per leggere rappresentano percorsi possibili, le sliding doors che molte persone vivono ogni giorno: momenti decisivi che segnano profondamente la vita di chi soffre di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC).

Se vivi questa realtà sulla tua pelle, forse ti riconoscerai nei pensieri che non danno tregua, nelle paure che ti bloccano, nei rituali che sembrano l’unico modo per sentirti al sicuro.

Se invece sei vicino a qualcuno che ne soffre, queste storie possono aiutarti a capire quanto il DOC possa essere una prigione invisibile, fatta di ansia, vergogna e tentativi disperati di tenere tutto sotto controllo.

Alcuni trovano la forza di chiedere aiuto e affrontano il problema con percorsi terapeutici efficaci e specialistici. Altri, invece, scelgono strade inefficaci, interventi psicologici generici o si ritrovano bloccati per anni dalla vergogna e dalla paura del giudizio, perdendo opportunità, affetti e serenità.


Anna continua per mesi ad affrontare la sua ossessione per la contaminazione utilizzando metodi fai-da-te, come lavaggi compulsivi sempre più frequenti e aggressivi. Arriva a lavarsi le mani più di 50 volte al giorno, e il terrore di contaminarsi la costringe a indossare guanti anche dentro casa.

La sua pelle diventa progressivamente rovinata, con profonde screpolature, dermatiti croniche e infezioni secondarie che richiedono interventi medici sempre più frequenti. I suoi familiari, allarmati dal deterioramento della sua salute fisica e dalla chiusura emotiva, provano più volte a intervenire, inizialmente senza successo.

Solo quando la sua dermatologa, preoccupata dal danno ormai evidente e grave alla sua pelle, le suggerisce con forza di cercare un aiuto psicologico, Anna, esausta e disperata, accetta finalmente di rivolgersi a uno specialista esperto di DOC  e Terapia Cognitivo-Comportamentale con Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP).

Inizia così per lei un percorso strutturato e mirato, basato sulla graduale esposizione ai fattori di contaminazione temuti. Con grande difficoltà iniziale, affronta esercizi strutturati, come toccare gradualmente oggetti considerati “sporchi” e ridurre progressivamente il lavaggio compulsivo delle mani, imparando tecniche di gestione dell’ansia e della tolleranza all’incertezza.

Settimana dopo settimana, Anna registra i suoi progressi, accompagnati da una diminuzione significativa della sofferenza emotiva e fisica. Dopo alcuni mesi, le sue mani guariscono completamente, riprende ad avere contatti sociali senza paura e riallaccia relazioni che credeva perse per sempre.

Finalmente, la vita di Anna riprende con entusiasmo, riacquistando la libertà che aveva perduto e scoprendo una forza interiore che pensava impossibile da ritrovare.


Marco, invece, non riesce mai a superare il muro della vergogna e dell’autostigma che lo imprigiona. Le sue ossessioni, dominate dalla paura persistente di aver lasciato porte e finestre aperte e dal terrore di causare disastri irreparabili, lo spingono in una spirale sempre più grave e autodistruttiva.

Ogni mattina, prima di uscire, si ritrova a controllare ripetutamente porte, finestre e interruttori della luce, in rituali sempre più elaborati e lunghi. La paura che qualcosa di terribile possa accadere, come intrusioni o incendi, lo ossessiona al punto da spingerlo a tornare più volte a casa durante il giorno, anche interrompendo il lavoro.

Questi comportamenti compulsivi, anziché tranquillizzarlo, aumentano gradualmente la sua ansia e insicurezza, alimentando un circolo vizioso tipico del Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Marco comincia a evitare occasioni sociali, respinge inviti di amici, rifiuta opportunità lavorative e si chiude lentamente in sé stesso, isolandosi da tutti.

Il suo funzionamento professionale diminuisce progressivamente, portandolo dapprima a ricevere richiami e, successivamente, alla perdita del lavoro. La vergogna che prova nell’ammettere il proprio problema gli impedisce costantemente di cercare aiuto psicologico specializzato, convinto erroneamente di essere “troppo strano” o inguaribile.

Con il passare degli anni, le dinamiche ossessive-compulsive diventano cronicamente radicate, accompagnate dalla comparsa di sintomi depressivi severi. Marco inizia a sperimentare anche disturbi del sonno, dolori cronici causati dalla continua tensione muscolare, e un peggioramento generale del suo stato di salute.

Le sue giornate sono ormai scandite solo da continui controlli e dalla paura del futuro, e il tempo libero diventa inesistente, consumato completamente dai rituali e dal senso di colpa per la situazione che si è creata.

Non avendo mai trovato la forza o il coraggio di chiedere aiuto specialistico, Marco rimane per anni bloccato nel circolo vizioso delle sue ossessioni e compulsioni, sviluppando quella che la letteratura clinica definisce una forma di DOC cronico, altamente resistente al cambiamento.

La mancanza di intervento terapeutico specialistico, unita all’isolamento sociale e alla depressione secondaria al disturbo, compromette irreparabilmente la sua qualità di vita, mostrando chiaramente come il ritardo nell’accesso a cure appropriate possa amplificare gravemente la severità e la cronicità del Disturbo Ossessivo-Compulsivo.


Quando Elena partorisce, il mondo intorno a lei cambia radicalmente. Tutti si aspettano che sia felice, che provi un amore incondizionato per il suo bambino. Eppure, nella sua mente si insinuano pensieri spaventosi, immagini intrusive di fare del male a suo figlio, anche se sa che mai lo vorrebbe. Ogni volta che lo tiene in braccio, l’ansia la attanaglia. Ha paura persino di cambiarlo o di dargli da mangiare, nel terrore di poterlo accidentalmente ferire. Non ne parla con nessuno: la vergogna è enorme.

Decide di rivolgersi al suo medico di base, che senza approfondire le sue paure, le prescrive ansiolitici. All’inizio sembrano aiutarla, ma presto si accorge che l’ansia non scompare: si attenua per qualche ora, poi torna più forte di prima. Per mesi cerca soluzioni alternative: prova la meditazione, il rilassamento muscolare progressivo, lo yoga. Ma ogni volta che abbassa la guardia, i pensieri intrusivi la colpiscono con maggiore intensità. Comincia a credere di essere una madre sbagliata, di non meritare il suo bambino.

Passano tre anni in questa lotta silenziosa. Finché, esasusta, trova finalmente il coraggio di cercare uno specialista. Dopo numerose ricerche, arriva a un terapeuta specializzato DOC, che la aiuta a comprendere il vero meccanismo del Disturbo Ossessivo-Compulsivo. Per la prima volta qualcuno le spiega che i suoi pensieri intrusivi non significano che vuole fare del male a suo figlio: sono solo il prodotto di un disturbo, non della sua volontà.

La terapia le insegna a non combattere i pensieri, ma a osservarli senza paura, accettandoli come semplici fenomeni mentali senza significato reale. Con esercizi mirati, Elena impara a non reagire con ansia e a lasciar andare il bisogno di controllo. Pian piano, smette di evitare le situazioni che la spaventavano: cambia il bambino senza paura, lo abbraccia senza pensare al peggio. Dopo mesi di terapia, si sente finalmente libera di vivere la maternità senza il peso schiacciante del DOC. Il senso di colpa lascia spazio all’amore, quello vero, fatto di presenza e accettazione.


Davide ha sempre pensato di essere semplicemente “ordinato”. Certo, perde molto tempo a sistemare la scrivania prima di iniziare a lavorare, ma in fondo è una questione di efficienza, si dice. Quando però comincia a passare più tempo a riordinare che a lavorare, qualcosa non torna. Il tempo non basta mai. Se un foglio non è perfettamente allineato, sente un’ansia insopportabile e deve correggerlo subito. Se il telefono non è esattamente parallelo alla tastiera, si blocca. Ogni minimo errore nella disposizione degli oggetti lo costringe a ricominciare tutto da capo.

All’inizio, crede che il problema sia solo organizzativo, così cerca soluzioni “pratiche”: scarica app di produttività, legge libri sulla gestione del tempo, prova persino tecniche di ottimizzazione dello spazio lavorativo. Ma nessuna di queste strategie lo aiuta. Anzi, il problema peggiora. Ogni giorno si ritrova a perdere ore preziose a sistemare la scrivania, a riscrivere note più ordinate, a rifare liste perché “non erano perfette”.

Il lavoro ne risente sempre di più. Comincia a ricevere richiami dai superiori perché consegna tutto in ritardo. Il suo capo gli suggerisce di lavorare più velocemente, ma lui non può: se non mette tutto in ordine prima di iniziare, si sente sopraffatto dall’ansia e non riesce a concentrarsi.

L’ansia aumenta, il bisogno di controllo diventa sempre più pressante. Inizia a evitare progetti complessi, delegando ad altri pur di non affrontare il caos. Quando si rende conto che sta compromettendo la sua carriera, decide di cercare aiuto. Ma invece di affidarsi a uno specialista, cerca ancora soluzioni superficiali: coaching aziendale, nuovi metodi di organizzazione. Nulla cambia.

Passano anni, e il suo problema continua a peggiorare. Un giorno, il capo lo chiama in ufficio e gli comunica che non può più permettersi di avere un dipendente così lento e insicuro. Davide perde il lavoro.

Senza un’occupazione, il DOC prende ancora più spazio nella sua vita. Non è più solo la scrivania a dover essere perfetta: ora anche la casa deve esserlo. Passa intere giornate a riorganizzare mobili, a pulire, a sistemare ogni minimo dettaglio. Ogni volta che sente un senso di inquietudine, invece di affrontarlo, si rifugia nella compulsione.

La sua vita sociale si sgretola. Gli amici smettono di cercarlo, stanchi dei suoi continui rifiuti e della sua incapacità di adattarsi a situazioni impreviste. Le relazioni diventano impossibili: nessuno riesce a comprendere il suo bisogno ossessivo di controllo.

Col tempo, Davide smette di credere che possa esserci una soluzione. Non ha mai affrontato il DOC con un percorso terapeutico adeguato come l’Esposizione con Prevenzione della Risposta (ERP). Senza un trattamento efficace, rimane intrappolato nella sua routine ossessiva, incapace di lavorare, di socializzare, di vivere veramente.

Mentre il tempo passa, il suo mondo si restringe sempre di più, fino a diventare una prigione fatta di ansia, controllo e perfezionismo senza fine.


Luca non ha mai avuto particolari dubbi sulla sua identità sessuale fino a qualche anno fa. Poi, un giorno, un pensiero improvviso lo colpisce mentre guarda un film: “E se fossi attratto dagli uomini?” La domanda lo spaventa. Non perché abbia nulla contro l’omosessualità, ma perché non è mai stata una parte della sua identità.

All’inizio cerca di ignorarlo, ma il pensiero torna, sempre più insistente. Ogni volta che incontra un uomo attraente, il suo cervello si attiva: “L’ho guardato troppo? Ho provato qualcosa?” Ogni interazione diventa una prova da superare. Passa ore a cercare su internet articoli, forum, test sull’orientamento sessuale, sperando di trovare una risposta definitiva. Il sollievo dura pochi minuti, poi l’ansia torna più forte.

Il DOC da orientamento sessuale (anche noto come HOCD, Homosexual Obsessive-Compulsive Disorder) lo porta a cercare compulsivamente conferme, a testare le sue reazioni fisiche, a rianalizzare il passato in cerca di segnali che potrebbero indicare che si è sempre sbagliato su di sé. Evita di stare vicino ad amici maschi, teme che il suo corpo possa tradirlo con qualche segnale involontario. Ma quando esce con donne, il pensiero non lo lascia in pace: “E se stessi solo fingendo? E se stessi cercando di convincermi di qualcosa che non è vero?”

Dopo mesi di ansia costante e solitudine emotiva, Luca decide di chiedere aiuto. Un terapeuta specializzato in Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP) gli spiega che il problema non è il suo orientamento, ma il bisogno ossessivo di certezza assoluta. Attraverso la terapia, impara a smettere di rispondere ai dubbi e a convivere con l’incertezza. Gli esercizi di esposizione lo portano a interrompere i controlli compulsivi, a smettere di testare le sue reazioni e a ridurre le ricerche ossessive su internet.

All’inizio è difficile, l’ansia cresce, ma con il tempo inizia a rendersi conto che più accetta l’incertezza, meno i pensieri lo tormentano. Dopo alcuni mesi di terapia, i dubbi non scompaiono del tutto, ma non lo dominano più. Finalmente, Luca può vivere le sue relazioni in modo autentico, senza sentirsi costretto a cercare risposte impossibili.


Giulia ha una relazione con Matteo da quattro anni. Tutti le dicono che sono una coppia perfetta: si rispettano, ridono insieme, hanno gli stessi valori. Eppure, Giulia non riesce a smettere di chiedersi: “E se non fosse lui la persona giusta?”

Ogni volta che ha un momento felice con lui, la sua mente sabota tutto: “Se fossi davvero innamorata, non dovrei sentirmi così insicura.” Quando lo guarda, cerca di analizzare ogni emozione: “Sento abbastanza amore? Mi manca quando non c’è? Sono davvero felice?” Quando altre persone le parlano dei loro fidanzati, si paragona a loro: “Loro sembrano più sicuri di me… forse questo significa che io sto sbagliando?”

Questi pensieri sono il cuore del DOC da relazione (ROCD, Relationship Obsessive-Compulsive Disorder). Il bisogno di certezza assoluta la porta a compiere compulsioni continue:

  • Chiede rassicurazioni ad amici e parenti (“Secondo te stiamo bene insieme?”)
  • Analizza ogni litigio come un segnale di incompatibilità
  • Confronta la sua relazione con quelle degli altri
  • Evita di vedere film romantici che potrebbero farle dubitare dei suoi sentimenti
  • Testa le sue emozioni cercando di “sentire qualcosa” quando bacia Matteo

Più cerca risposte, più il dubbio cresce. Il sollievo dopo una rassicurazione dura poco, poi la domanda torna con più forza. Dopo un litigio insignificante, passa la notte a rimuginare: “Se mi ha fatto arrabbiare per questa cosa, forse non è quello giusto per me.” Quando Matteo cerca di rassicurarla, lei si sente meglio per qualche ora, poi un nuovo pensiero la colpisce: “E se mi stessi solo accontentando?”

La loro relazione inizia a soffrire. Matteo non capisce perché Giulia abbia sempre bisogno di conferme, perché non si fidi mai dei suoi sentimenti. Lei sa che lo ama, ma il dubbio non la lascia in pace. Invece di cercare aiuto specialistico, inizia a evitare la relazione stessa. Quando è con Matteo, si distrae per non farsi domande. Quando è da sola, passa ore su internet a leggere storie di persone che hanno lasciato il partner, cercando di capire se sta facendo la cosa giusta.

Alla fine, sopraffatta dall’ansia, prende una decisione drastica: lo lascia. Per qualche settimana si sente sollevata, convinta di aver finalmente trovato la risposta ai suoi dubbi. Ma poi arriva il colpo più duro: il dubbio non scompare. “E se avessi sbagliato? E se lo amassi davvero? E se fosse stata solo ansia?” Il circolo vizioso ricomincia da capo, questa volta con rimpianti ancora più dolorosi.

Senza un trattamento specifico come l’ERP o l’ACT, il suo DOC continua a ripresentarsi in ogni relazione successiva, sabotando ogni tentativo di costruire qualcosa di stabile. Il problema non è mai stato Matteo. Il problema è il bisogno ossessivo di certezza, una trappola che la tiene prigioniera del dubbio, senza via d’uscita.


Alessandro è sempre stato una persona di fede. Cresciuto in una famiglia cattolica praticante, ha sempre trovato conforto nella preghiera e nei riti religiosi. Ma col tempo, qualcosa è cambiato. Quella che un tempo era una spiritualità serena si è trasformata in un’ossessione soffocante.

Ogni pensiero, ogni azione quotidiana è accompagnata dal terrore di aver commesso un peccato. Se dice qualcosa in modo sbagliato, si chiede se abbia mentito involontariamente. Se pensa a qualcosa di inappropriato, si tormenta chiedendosi se sia un segno che la sua anima è impura. La paura più grande è quella di offendere Dio senza accorgersene.

Per placare l’ansia, Alessandro sviluppa rituali complessi e rigidissimi. La preghiera, che una volta gli dava pace, diventa una compulsione: deve ripeterla esattamente nello stesso modo, con le stesse parole, altrimenti sente che non avrà valore. Ogni volta che entra in chiesa, deve toccare la panca in un certo modo, inginocchiarsi per un tempo preciso, rifare il segno della croce finché non lo sente “giusto”.

La confessione diventa un’ossessione: si confessa più volte alla settimana, ripetendo gli stessi peccati anche se il sacerdote gli assicura che non ha nulla di cui preoccuparsi. Ma la sua mente non si fida. “E se il prete non avesse capito bene quello che ho detto? E se avessi dimenticato qualcosa?” Così torna ancora, e ancora.

La sua vita sociale si restringe. Evita conversazioni con amici per paura di dire qualcosa di blasfemo. Ogni volta che prova a rilassarsi, un pensiero lo colpisce: “E se stessi trascurando la mia anima? E se stessi offendendo Dio in qualche modo?”

Dopo anni di tormento, esasperato dal senso di colpa e dal bisogno di certezza assoluta, Alessandro decide di rivolgersi a un terapeuta specializzato in Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP). Il percorso è difficile: gli viene chiesto di interrompere i rituali, di accettare l’incertezza, di smettere di cercare rassicurazioni.

All’inizio è insopportabile. L’ansia esplode ogni volta che prova a non ripetere una preghiera o a rimandare una confessione. Ma con il tempo, impara a gestire il disagio, a distinguere la fede autentica dal DOC religioso. Finalmente riesce a pregare con il cuore, senza sentirsi schiavo di un sistema di regole rigide.

Dopo mesi di terapia, Alessandro non ha più bisogno di confessarsi ossessivamente. Le preghiere tornano a essere un momento di pace e non di tortura mentale. La fede non è più una prigione, ma una scelta libera.


Federico ha sempre amato i suoi nipoti. Quando erano piccoli, li prendeva in braccio, giocava con loro, rideva delle loro marachelle. Poi, un giorno, un pensiero lo ha colpito all’improvviso: “E se facessi loro del male?”

Il pensiero lo terrorizza. Cerca di scacciarlo, ma più cerca di ignorarlo, più ritorna. “Se mi è venuto in mente, significa qualcosa?” Ogni volta che è vicino a loro, l’ansia aumenta. Ogni contatto lo mette in crisi.

Inizia a evitare le situazioni che lo mettono a disagio. Quando la famiglia si riunisce, rimane in disparte. Se un nipote corre verso di lui per un abbraccio, si irrigidisce. Quando gli chiedono di tenerli in braccio, trova una scusa. Nessuno capisce perché si comporti così.

Il DOC da pedofilia (POCD, Pedophilic Obsessive-Compulsive Disorder) è tra le forme più devastanti di DOC, perché il senso di colpa e la vergogna impediscono spesso a chi ne soffre di chiedere aiuto. Federico è convinto di essere una persona orribile solo per aver avuto quei pensieri. Non sa che sono solo ossessioni intrusive, che non hanno nulla a che vedere con il suo reale comportamento o i suoi desideri.

Ma anziché affrontarli con la giusta terapia, li combatte con le compulsioni. Ogni volta che un pensiero emerge, fa di tutto per “testarsi”: osserva le sue reazioni vicino ai bambini, analizza le sue emozioni, cerca su internet casi di persone che hanno avuto pensieri simili. Quando trova rassicurazioni, si calma per un po’, ma poi il dubbio ritorna: “E se stessi solo mentendo a me stesso?”

Con il tempo, le compulsioni diventano insostenibili. Inizia ad analizzare il passato, cercando nella memoria episodi della sua infanzia che potrebbero suggerire qualcosa. Passa ore davanti allo specchio, chiedendosi chi sia davvero. Ogni giorno è una lotta contro i suoi stessi pensieri.

Ma non ne parla con nessuno. Il terrore di essere giudicato lo paralizza. Non sa che il DOC non riguarda ciò che una persona desidera davvero, ma il terrore di poter provare qualcosa che in realtà non vuole. Senza un supporto adeguato, il disturbo si intensifica, portandolo a isolarsi completamente.

Federico smette di partecipare agli incontri di famiglia. Evita persino di guardare i bambini per strada. Il senso di colpa lo consuma, anche se non ha mai fatto nulla di sbagliato. Con il tempo, la depressione si insinua nella sua vita, rendendo ogni giornata più grigia.

Senza una terapia specifica come l’ERP o l’ACT, il suo DOC continua a rafforzarsi. Le dinamiche ossessive e compulsive si ripetono senza fine, trasformando la sua esistenza in una lotta silenziosa e solitaria. Finché non troverà il coraggio di chiedere aiuto, il suo mondo continuerà a restringersi, prigioniero di una paura che non ha mai avuto motivo di esistere.


Andrea ha sempre amato parlare con gli altri, ma da qualche anno qualcosa è cambiato. Ogni conversazione è diventata una prova da superare. Ogni parola deve essere pronunciata nel modo “giusto”, con il tono perfetto e la cadenza esatta, altrimenti qualcosa non va. Se sente di aver detto una frase in modo sbagliato, deve ripeterla. Anche quando il discorso è già andato avanti, la sua mente lo inchioda: “Non era perfetto, devi rifarlo.”

All’inizio il problema è appena percettibile: qualche esitazione, qualche ripetizione qua e là. Ma col tempo, le correzioni diventano sempre più frequenti. Se pronuncia una parola in modo che “suoni male” alle sue orecchie, la ripete più volte, anche sottovoce, anche quando gli altri non capiscono cosa stia facendo.

In riunione, prima di esprimere un concetto, rilegge mentalmente la frase più volte per assicurarsi che sia perfetta. Se sbaglia, si blocca, arrossisce, corregge, ripete ancora. I colleghi iniziano a notarlo, qualcuno sorride imbarazzato, altri smettono di chiedere la sua opinione. La paura del giudizio si insinua, alimentando un circolo vizioso: più cerca di controllare la sua voce, più la tensione cresce, più l’ansia lo soffoca.

Nei rapporti personali, la situazione è altrettanto frustrante. Durante le cene con gli amici, Andrea rimane in silenzio per la maggior parte del tempo, terrorizzato all’idea di pronunciare male una parola e doverla correggere. Quando finalmente trova il coraggio di parlare, la rigidità con cui scandisce ogni sillaba rende il discorso innaturale. Gli altri si accorgono del disagio, e lui se ne accorge ancora di più.

Col tempo, il disturbo ossessivo-compulsivo legato alla parola (un sottotipo noto come “Speech OCD”) lo porta a evitare sempre più situazioni sociali. Perde opportunità lavorative, si isola dagli amici, inizia a preferire i messaggi scritti alle telefonate. Il problema non è più solo il suo modo di parlare: è la paura paralizzante di non riuscire a farlo.

Il suo mondo si restringe. Ogni conversazione diventa una battaglia interiore. Si convince che se non può parlare in modo perfetto, è meglio non parlare affatto. Senza mai chiedere aiuto specialistico, il suo DOC lo intrappola in una spirale di evitamento e autoisolamento.


Serena è sempre stata una persona prudente, ma negli ultimi anni la sua cautela si è trasformata in paura. Ogni volta che vede un coltello sul tavolo, la sua mente le lancia un’immagine raccapricciante: E se lo prendessi e mi facessi del male?

Il pensiero la terrorizza. Lei non vuole farsi del male. Non l’ha mai voluto. Ma se questo pensiero continua a tornare, significa qualcosa? Significa che potrebbe perdere il controllo?

Per sicurezza, decide di evitare i coltelli. Poi le forbici. Poi gli oggetti appuntiti. Poi il gas in cucina, perché e se improvvisamente mi venisse in mente di girare la manopola e lasciarlo aperto?

Il DOC da autolesionismo (noto anche come Harm OCD) prende il sopravvento. Ogni oggetto diventa una minaccia. La sua casa, un tempo un luogo sicuro, si trasforma in un campo minato.

La paura non si limita agli oggetti: quando prende la macchina, le compare un’altra immagine nella mente: E se sterzassi di colpo contro il guardrail? Il cuore accelera, le mani sudano. Decide di smettere di guidare.

Quando passa vicino a un balcone, il pensiero si ripresenta: E se mi lanciassi giù? Si allontana di scatto, spaventata da se stessa.

Più evita, più la paura cresce. La sua vita diventa sempre più limitata. Chiede al suo compagno di tagliarle il cibo, di accendere i fornelli, di guidare al posto suo. Lui all’inizio la rassicura, ma poi si insospettisce: “Serena, cosa succede? Perché non puoi usare un coltello?” Lei non sa cosa rispondere. Non può dire la verità, perché ne ha troppa paura. Se glielo dicessi, potrebbe pensare che sono pericolosa. O peggio, che sono pazza.

Ma un giorno, qualcosa cambia. Durante una visita medica per un problema di stomaco, il dottore nota la sua ansia, il suo modo di evitare persino di firmare con una penna troppo appuntita. Con delicatezza, le chiede se ha mai pensato di parlare con uno specialista. Serena è titubante, ma la sua vita è ormai troppo soffocante per andare avanti così.

Con grande fatica, prende un appuntamento con un terapeuta specializzato in Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP). Il trattamento è difficile: deve affrontare direttamente gli oggetti che teme, toccare coltelli, stare vicino ai balconi, resistere alla tentazione di fuggire.

All’inizio il panico è insostenibile. Ogni volta che si espone alla paura, l’ansia esplode. Ma il terapeuta la guida attraverso gli esercizi, aiutandola a capire che i suoi pensieri intrusivi non sono pericolosi. La vera trappola è l’evitamento.

Giorno dopo giorno, Serena impara a convivere con quei pensieri senza lasciarsi sopraffare. Scopre che la chiave non è cercare di eliminarli, ma accettare la loro presenza senza reagire.

Dopo mesi di terapia, Serena riesce finalmente a riprendere il controllo della sua vita. Usa il coltello per tagliare la verdura senza paura. Accende i fornelli. Torna a guidare. I pensieri intrusivi non sono spariti, ma non la spaventano più.

Ha finalmente capito che non è pericolosa. Non lo è mai stata. E non lo sarà mai.


Francesco non può permettersi di sbagliare. Se lo facesse, qualcosa di terribile potrebbe accadere ai suoi cari. È convinto che i suoi pensieri abbiano un potere reale e che, se non esegue determinati rituali, la sua famiglia sarà in pericolo.

Ogni mattina, prima di uscire di casa, deve toccare la maniglia della porta quattro volte, poi ripetere mentalmente una frase precisa per assicurarsi che nessuno si faccia male. Se qualcosa lo distrae mentre lo fa, deve ricominciare. Se sbaglia anche di poco, il panico lo assale: “E se oggi mia madre avesse un incidente perché non ho fatto il rituale correttamente?”

Col tempo, i rituali aumentano. Quando accende la luce, deve premere l’interruttore in un ordine preciso. Quando cammina per strada, deve evitare le crepe sul marciapiede o, se le calpesta, tornare indietro e rifare il percorso. Quando scrive un messaggio, lo rilegge dieci volte prima di inviarlo, per paura che una parola sbagliata possa scatenare una catastrofe.

La sua vita diventa un incubo. Ogni giornata è scandita da rituali ossessivi che lo costringono a impiegare il triplo del tempo per fare qualsiasi cosa. Il lavoro ne risente, le relazioni si deteriorano. Gli amici smettono di chiamarlo perché è sempre in ritardo o assente.

Ma Francesco non riesce a fermarsi. Ogni volta che prova a interrompere un rituale, l’ansia diventa insopportabile. I pensieri ossessivi gli urlano che, se non lo esegue, qualcosa di irreparabile accadrà. E così continua, giorno dopo giorno, prigioniero della sua stessa mente.

Non cerca mai aiuto. La vergogna è troppo grande. Si convince che, in fondo, i rituali lo proteggono, anche se lo stanno distruggendo. Anno dopo anno, il DOC prende il controllo completo della sua vita. Il tempo che avrebbe potuto dedicare a esperienze, relazioni e lavoro si dissolve nei suoi infiniti controlli e rituali.


Per Valeria, prendere decisioni è sempre stato difficile. Ma negli ultimi anni è diventato impossibile. Ogni scelta, anche la più banale, scatena una spirale di ansia insostenibile.

Se deve scegliere un vestito da indossare, passa ore davanti all’armadio: “E se questo colore non mi valorizzasse? E se gli altri mi giudicassero?” Se deve ordinare qualcosa al ristorante, sfoglia il menu all’infinito: “E se scegliessi il piatto sbagliato e me ne pentissi?”

Più la paura cresce, più Valeria inizia ad evitare le decisioni. Chiede sempre agli altri di scegliere per lei, sperando che così l’ansia si plachi. Ma questo la rende ancora più insicura, perché sente di non avere il controllo sulla propria vita.

Il suo DOC si chiama “Intolerance of Uncertainty OCD”, un sottotipo caratterizzato dal terrore di prendere decisioni sbagliate e dall’incapacità di accettare l’incertezza. L’ossessione non è tanto la scelta in sé, quanto il bisogno di una certezza assoluta che non può mai ottenere.

Dopo anni di blocchi e sofferenza, Valeria trova finalmente un terapeuta specializzato in ERP e Acceptance and Commitment Therapy (ACT). La terapia le insegna un principio fondamentale: non esiste la scelta perfetta, ma solo la capacità di accettare il rischio e andare avanti lo stesso.

Attraverso esercizi di accettazione ed esposizione, impara a convivere con l’incertezza senza lasciarsene sopraffare. Inizia con piccole scelte quotidiane, resistendo alla tentazione di chiedere conferme o analizzare all’infinito le conseguenze. All’inizio l’ansia è forte, ma con il tempo diminuisce.

Dopo mesi di terapia, Valeria riesce finalmente a prendere decisioni senza paralizzarsi. Non ha più bisogno di chiedere agli altri cosa fare. Si rende conto che la libertà non è assenza di dubbio, ma la capacità di andare avanti nonostante esso.


Lorenzo ha una paura costante: dimenticare qualcosa di importante. Se perde anche solo un dettaglio, si sente sopraffatto dall’ansia. Il suo cervello gli dice che, se non ricorda tutto alla perfezione, potrebbe commettere errori gravissimi.

Per contrastare questa paura, sviluppa rituali ossessivi per “conservare” ogni informazione. Registra ogni conversazione sul telefono, scrive appunti dettagliati su tutto ciò che vede, sente o fa. Se qualcuno gli racconta qualcosa, lo ripete mentalmente più volte per assicurarsi di non dimenticarlo.

Ma più cerca di ricordare tutto, più l’ansia cresce. Se ha la sensazione di aver perso un dettaglio, passa ore a cercare di recuperarlo nella mente. A volte, ha attacchi di panico quando non riesce a ricordare esattamente una frase detta giorni prima.

Il DOC legato all’idea di dover avere una memoria perfetta lo consuma lentamente. Il bisogno ossessivo di trattenere informazioni lo porta a vivere costantemente nel passato, incapace di concentrarsi sul presente.

Col tempo, il suo lavoro inizia a risentirne. Durante le riunioni, invece di partecipare attivamente, è ossessionato dal prendere appunti dettagliati, perdendo il filo del discorso. Se non riesce a scrivere tutto, si convince di aver perso qualcosa di fondamentale.

Anche la sua vita sociale si deteriora. Gli amici si infastidiscono quando lo vedono prendere appunti mentre parlano. Le relazioni si fanno sempre più difficili, perché Lorenzo è troppo concentrato a trattenere ogni informazione per godersi le interazioni.

Non cerca aiuto. Non si rende conto che il problema non è la sua memoria, ma il bisogno ossessivo di controllo. Continua a vivere intrappolato nella sua ansia, incapace di lasciar andare anche il più piccolo dettaglio.

Con il tempo, il DOC lo isola sempre di più. Non vive più nel presente, ma solo nei ricordi che cerca disperatamente di conservare, in un archivio mentale che non sarà mai abbastanza completo.


Ogni storia raccontata è una sliding door, una scelta invisibile tra due strade: quella del coraggio, della consapevolezza e della terapia, o quella della paura, dell’isolamento e della prigionia mentale.

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo non è una condanna, ma un bivio: affrontarlo significa riappropriarsi della propria vita, lasciarlo agire indisturbato significa perderla lentamente. La porta è davanti a te. Quale scegli di aprire?

SEPOLTA_Tavola disegno 1_risultato

Sepolta dai tesori

PREMESSA

Qual è il rapporto che avete con le cose che possedete? L’idea di liberarvi di oggetti (anche inutili) vi fa star male? Sentite di avere un legame emotivo con tutto quello che possedete? Avete mai vissuto l’impellenza di ottenere o acquistare qualcosa per il timore di perdere una occasione? In casa state accumulando centinaia di oggetti inutili? In determinate circostanze questa tendenza può essere il segnale della presenza di uno specifico disturbo. Gli oggetti personali giocano un ruolo importante nella vita di ognuno di noi. Le cose che possediamo ci forniscono comfort, praticità e piacere, in definitiva ci fanno “stare bene”. Possono aiutarci a vivere una vita piena e felice. Ma perdere il controllo sugli oggetti può rovinarci. La pericolosità insita nel rapporto con i propri possedimenti è diventata solo da poco oggetto di interesse per psicologi e psichiatri. Fino agli anni 90, infatti, non sono stati effettuati studi sistematici sull’accumulo compulsivo. Nel 2013 l’American Psychiatric Association ha inserito il disturbo da accumulo come categoria distinta nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM – 5, 2013).

STORIE

Carla

“Carla è una donna di 55 anni e si descrive come un piccolo roditore che accumula e mette qualsiasi cosa da parte … come riserva. Tende a conservare tutto perché ritiene che in futuro potrebbe averne bisogno. Ha sempre avuto la tendenza a lasciare che questi oggetti si accumulassero in casa, tuttavia, da quando si è separata dal marito, le condizioni della sua abitazione sono peggiorate significativamente. Ora ha difficoltà a buttare via qualsiasi cosa. La casa è piena di posta inutile, di volantini pubblicitari e di giornali dei quali non si libera perché pensa siano importanti o possano risultare utili in futuro. Vorrebbe mettere ordine e buttare quello che non serve ma non riesce, così la pila di oggetti aumenta e lei si sente sopraffatta e impossibilitata ad iniziare la pulizia. Quando guarda il disordine che c’è in casa, comincia a sentirsi stanca e depressa e dice di non avere le forze per iniziare a sistemare. L’ultima volta che sua figlia, una donna sposata di 25 anni, è andata a trovarla ha avuto difficoltà a camminare in casa per la presenza di pile di carta, vestiti, contenitori ed altri oggetti. Carla, negli ultimi anni, ha anche difficoltà quando esce di casa per fare acquisti. Appena vede qualche prodotto che considera un affare – ad esempio, vede forti sconti sull’abbigliamento – dice a se stessa ‘se non lo compro ora perderò una grande opportunità’  e sente un forte impulso ad acquistare. In realtà non indossa mai i vestiti che compra e spesso li lascia ammassati nella sua camera da letto”.

Emilio

“La situazione di Emilio, un uomo di 40 anni, era stata segnalata ai servizi sociali a seguito di numerose lamentele da parte dei vicini di casa preoccupati delle condizioni della sua proprietà. L’esterno della casa era in rovina, vecchi apparecchi arrugginiti e non funzionanti e rottami di ogni tipo ingombravano il suo cortile. Emilio sosteneva di essere sempre alla ricerca di un buon affare. Passava la maggior parte del suo tempo libero a visitare mercatini delle pulci, discount e sfasciacarrozze in cerca di occasioni. Pensava di poter sistemare gli oggetti per poi regalarli alla sua famiglia o venderli per ricavarne del denaro. Tuttavia, in 20 anni nei quali aveva acquisito oggetti, non ricordava di aver mai venduto nulla; allo stesso modo, non aveva quasi mai regalato nulla. Gli oggetti che prendeva venivano accumulati in pile giganti all’interno dell’abitazione. Quando visitammo per la prima volta la casa di Emilio, dovemmo passare attraverso una porta secondaria, parzialmente bloccata da vecchi mobili; tutti gli altri ingressi della casa erano completamente bloccati e inutilizzabili. Gli oggetti erano ammucchiati dal pavimento al soffitto in tutta la casa ed Emilio camminava in casa grazie a “sentieri” stretti tra le pile di oggetti. Alcune stanze erano completamente bloccate. La casa era maleodorante, come se ci fosse del cibo in decomposizione. Molti elettrodomestici, come la stufa ed il frigorifero, non funzionavano più e non erano stati riparati perché i tecnici non avevano potuto raggiungerli fisicamente”.

Pamela

“Pamela è una donna di 53 anni, single, laureata ma disoccupata. Vive con la madre di 85 anni ed i suoi 25 gatti. Ha avuto in casa fino a 40 gatti contemporaneamente. La casa si presenta visibilmente ingombra con oggetti ammassati un po’ dappertutto e si sente un forte odore di ammoniaca; ci sono resti di feci di gatto anche su alcune pareti. Pamela non fa caso al forte odore sgradevole; vede la sua casa sporca, ma dice di non avere abbastanza tempo per pulire. Nel corso degli anni ha avuto problemi con l’Ente Nazionale Protezione Animali a causa di numerose segnalazioni fatte dai vicini sulle condizioni dei suoi animali. Sostiene che il problema non è il numero dei gatti ma il fatto che la sua casa è un po’ in disordine; dice inoltre che i suoi gatti sono amati e ben curati e che vivono meglio di lei. Pamela asserisce di essere amante degli animali e si identifica con loro, il suo attaccamento ai gatti è fortemente emotivo. Crede di dare agli animali l’amore che non ha trovato altrove nella vita. Cominciò a prendere gatti con sé quando un vicino le disse che i gatti randagi venivano catturati ed uccisi, da quel momento iniziò ad ospitare molti più gatti di quanti potesse realmente gestirne. Pamela non vuole rinunciare a nessuno degli animali”.

IL DISTURBO

La caratteristica essenziale del disturbo da accumulo (DA) è la persistente (e non occasionale) difficoltà di buttare via o separarsi dai propri beni, a prescindere dal loro valore reale. All’interno dello stesso disturbo rientrano le difficoltà che le persone possono sperimentare nell’acquisizione di oggetti come volantini, giornali, articoli gratuiti oppure oggetti che altre persone hanno buttato e l’acquisto compulsivo di beni. La difficoltà di gettare via i beni si riferisce a qualsiasi forma di smaltimento, tra cui buttare via, vendere, dare via o riciclare. Le principali ragioni addotte dalla persona per giustificare questa difficoltà sono l’utilità percepita o il valore estetico degli oggetti oppure il forte legame affettivo con i beni. Alcuni individui si sentono responsabili per la sorte dei loro beni e spesso fanno di tutto per evitare che vengano sprecati. Il timore di perdere informazioni importanti è altrettanto comune. Qualsiasi tentativo di terze parti di disfarsi o di gettare via o riordinare i beni provoca alti livelli di disagio nella persona. La conservazione, da parte della persona, di innumerevoli oggetti nel proprio spazio di vita interferisce con la possibilità di vivere in quell’ambiente. In particolare, nel disturbo da accumulo gli oggetti ingombrano tutti gli spazi abitativi impedendone l’utilizzo. L’eccessiva acquisizione e la conservazione degli oggetti causano disagio tra le mura domestiche fino ad interferire con la possibilità di utilizzare in modo funzionale le camere e l’arredamento. Per esempio, l’individuo può non essere più in grado di cucinare in cucina, di dormire nel proprio letto o di sedere su una sedia. A volte i beni di queste persone si riversano al di fuori degli spazi vitali e possono occupare e compromettere l’utilizzo di altri spazi, come automobili, cortili, luoghi di lavoro e case di amici e parenti. Per diagnosticare un disturbo da accumulo le aree di vita e l’abitazione della persona devono essere totalmente ingombre. La presenza di oggetti ammassati in soffitta, nei ripostigli o nella cantina di per sé non costituisce elemento sufficiente ad ipotizzare la presenza di un disturbo.

L’accumulo di animali (una specifica forma di disturbo da accumulo) può essere definito come l’accumulo di un gran numero di animali ed il fallimento nel fornire a essi standard minimi di nutrizione, igiene e cure veterinarie e nel provvedere in caso di peggioramento delle condizioni degli animali (compresa la malattia, la fame o la morte) e dell’ambiente (per es., grave sovraffollamento, condizioni gravemente insalubri). Questo problema comporta significative difficoltà nel funzionamento sociale, personale, lavorativo della persona e può essere causa di estremo disagio psicologico ed emotivo. Le conseguenze del disturbo da accumulo possono essere devastanti – ad es. morte in un incendio, schiacciamento dalle pile di oggetti rovesciate, malattie sviluppate a causa delle precarie condizioni di igiene. Possono manifestarsi inoltre conseguenze sulle relazioni familiari a causa del forte stress cui i membri della famiglia sono sottoposti; in queste situazioni, infatti, sono frequenti i problemi coniugali e le separazioni.

DECORSO

Il disturbo da accumulo solitamente ha il suo esordio durante l’infanzia e spesso presenta una certa familiarità. L’accumulo sembra esordire precocemente nella vita; i primi sintomi possono emergere intorno agli 11-15 anni, iniziano a interferire con il funzionamento quotidiano verso la metà del secondo decennio e causano una significativa compromissione intorno alla metà del terzo decennio. Una volta che i sintomi hanno inizio, il decorso dell’accumulo è spesso cronico.  Il Disturbo non migliora senza trattamento ed è molto comune, riguarda infatti una percentuale tra il 2 ed 6 % della popolazione e colpisce sia maschi che femmine.

FATTORI DI RISCHIO

A causa della reticenza che spesso queste persone hanno ad affrontare il loro problema da un punto di vista terapeutico, e della conseguente difficoltà a portare avanti studi scientifici, oggi non c’è ancora una teoria sufficientemente chiara e condivisa sulle cause del disturbo. Tuttavia, numerosi studiosi hanno esaminato il potenziale effetto di:

  • fattori temperamentali ed individuali (le persone con disturbo da accumulo sono spesso definite come indecise, perfezioniste, tendenti alla procrastinazione ed all’evitamento, distraibili e gravate da difficoltà nel pianificare e organizzare attività).
  • fattori ambientali come:
  • eventi traumatici (le persone con disturbo da accumulo spesso riferiscono retrospettivamente eventi di vita stressanti e traumatici che precedono l’insorgenza del disturbo o che ne causano l’esacerbazione; un’alta percentuale persone con DA ha subito eventi gravemente traumatici; si ipotizza infatti che il comportamento di accumulo abbia una qualche funzione nel gestire il trauma);
  • fasi di vita caratterizzate da ristrettezza economica, che non infrequentemente seguono fasi di grande benessere economico;
  • una infanzia caratterizzata da abusi psicologici e/o trascuratezza;
  • fattori genetici e fisiologici (tra le varie spiegazioni ci sono anche quelle genetiche – familiarità di circa il 50% – e fisiologiche – specifiche alterazioni del cervello); la biologia giocherebbe un ruolo, non ancora del tutto chiaro, nel disturbo infatti andrebbero indagate le interazioni tra genetica e fattori ambientali.

TRATTAMENTI

Le persone con DA hanno una consapevolezza molto bassa del disturbo, per cui chiedono poco o rifiutano il trattamento. Gli approcci terapeutici più efficaci fanno riferimento all’utilizzo di protocolli di terapia cognitivo comportamentale che coniugano le tecniche di Esposizione e Prevenzione della risposta (che consistono in sostanza nel far buttare velocemente una certa parte degli oggetti, bloccando controlli sugli stessi) con altre componenti della terapia cognitiva quali:

  • gli interventi focalizzati sulla motivazione della persona;
  • il miglioramento e lo sviluppo nella persona delle abilità di decision making (presa di decisioni) e problem solving (risoluzione di problemi);
  • l’esposizione allo scegliere, buttare, non comprare;
  • la ristrutturazione cognitiva e la modifica delle convinzioni che causano o mantengono attivo il disturbo.

FONTI

  • American Psychiatric Association (APA, 2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM–5).
  • Gail Steketee, Randy O. Frost (2014). Treatment for Hoarding Disorder Workbook – Oxoford University Press Second Edition- Oxford University Press
  • David F. Tolin; Randy O. Frost; Gail Steketee (2014). Buried in Treasures. Help for Compulsive Acquiring, Saving, and Hoarding Second Edition – Oxford University Press
mirror_Tavola disegno 1

Mi sento troppo brutta… per continuare a vivere

PREMESSA

“A sedici anni mi trasferii a Milano ed iniziai a lavorare. I colleghi mi facevano complimenti, mi dicevano che avevo l’aspetto di una modella … nonostante tutta questa attenzione positiva, quando tornavo a casa ripiombavo nella mia realtà infernale. Passavo ore a guardarmi allo specchio e controllavo il mio profilo da tutte le angolazioni possibili, sotto ogni tipo di luce ma finivo sempre per disprezzarmi e piangere. Questo non era vivere … tiravo avanti per sopravvivere. Non mi sentivo degna di essere felice”. Il Disturbo di dimorfismo corporeo è un disturbo d’ansia legato al corpo ed alla propria immagine. Le persone con questo disagio sviluppano preoccupazioni costanti per il loro aspetto e sperimentano elevati livelli di ansia che hanno un effetto dirompente nelle loro vite.

STORIE

“Frequentavo la scuola elementare quando iniziai a pensare che avevo un aspetto goffo. Ero una ragazzina insicura e la vita a casa era molto instabile da quando i miei genitori si erano separati. Avevo bisogno di rassicurazioni e volevo sentirmi amata ed accettata. Non ho mai sentito mia madre vicina e mi mancava la figura paterna … Penso di aver trascorso la mia infanzia in uno stato depressivo … per uscirne ho iniziato a pensare che la chiave di tutto, per sentirsi meglio, fosse l’aspetto fisico. Ho sofferto di attacchi di panico … sentivo di essere strana … Frequentare la scuola diventò un problema … dovevo lottare tutte le mattine. Nonostante avessi degli amici ed ero brava in alcune materie mi ero convinta di non esserlo abbastanza. Vivevo con ideali di perfezione in tutto quello che facevo. Lo specchio era il mio migliore amico ed allo stesso tempo il mio peggior nemico. Mi guardavo allo specchio per affrontare le mie emozioni negative. Dicevo a me stessa: – se solo potessi apparire diversa … tutto cambierebbe -. Mi nascondevo dietro strati di trucco e mi pettinavo in modo da nascondere quelli che ritenevo i miei difetti. Credevo di essere un mostro. Dovevo nascondere la mia vera identità al mondo, ad ogni costo. Così, all’età di quindici anni abbandonai la scuola e mi isolai dal mondo per circa un anno. Persi il contatto con tutti e la mia vita diventò fredda e solitaria. Trascorrevo le giornate a guardarmi allo specchio, chiedendomi cosa ci fosse di sbagliato in me e perché non potevo essere normale come tutte le altre ragazze. A sedici anni mi trasferii a Milano ed iniziai a lavorare. I colleghi mi facevano complimenti, mi dicevano che avevo l’aspetto di una modella e nonostante tutta questa attenzione positiva, quando tornavo a casa ripiombavo nella mia realtà infernale. Passavo ore a guardarmi allo specchio ed a preoccuparmi in maniera ossessiva di quello che mangiavo. Controllavo il mio profilo da tutte le angolazioni possibili, sotto ogni tipo di luce, e finivo sempre per disprezzarmi … e piangere. Questo non era vivere … tiravo avanti per sopravvivere. Non mi sentivo degna di essere felice. Così scappavo … ma ogni volta scoprivo che non potevo allontanarmi da me stessa. Ogni nuova casa, nuova città, nuovo lavoro, per me significavano speranza di cambiamento ma non cambiava mai nulla. Ricordo il giorno in cui per la prima volta sentii parlare del Disturbo di dismorfismo corporeo. Sfogliando una rivista fui attratta dal titolo di un articolo: “Mi sento troppo brutta per vivere”. Mentre iniziavo a leggere sperimentavo come un senso di rivelazione, perché mi rivedevo in questa malattia. All’improvviso non ero sola, non ero pazza. Alcune persone fanno fatica a riconoscersi questo disturbo … io, al contrario, non avevo dubbi. Decisi di consultare uno psicologo e le cose cambiarono. Oggi, anche se alcuni giorni faccio fatica e mi sento frustrata perché ritengo di non essere “presentabile”, riesco a tenere sotto controllo i miei demoni ed a trarre piacere dalla mia quotidianità. È un processo lento, è come riprogrammare il cervello e pensare in modo diverso, ma ne vale la pena!” 

IL DISTURBO

Le persone con disturbo di dismorfismo corporeo sviluppano costanti preoccupazioni per la presenza di difetti o imperfezioni che percepiscono nel loro aspetto fisico. A causa di queste imperfezioni si convincono di essere brutte, non attraenti, anormali o deformi. Occorre sottolineare che le imperfezioni percepite sono lievemente osservabili o appaiono del tutto irrilevanti alle altre persone. Le preoccupazioni possono essere focalizzate su una più aree corporee come la pelle (per es., per­cepire acne, cicatrici, rughe, grinze, pallore), i capelli o i peli (per es., “diradamento” dei capelli o eccessiva peluria corporea o facciale) il naso (per es., la grandezza o la forma) o possono riguardare una percepita asimmetria di alcune parti del corpo. Tuttavia, qualsiasi parte del corpo può essere oggetto di preoccupazioni (per es., occhi, denti, peso, stomaco, seno, gambe, dimensione o forma del viso, labbra, mento, sopracciglia, genitali). Le persone con questo disagio sviluppano numerosi comportamenti ed azioni mentali (ad esempio confrontare) in risposta alle preoccupazioni.  Tali comportamenti – che la persona non riesce a bloccare – hanno l’obiettivo, a breve termine, di placare l’ansia attraverso la rassicurazione, ma tipicamente ne aumentano l’intensità nel medio e lungo periodo e comportano un dispendio di tempo importante (verificandosi, in media, per 3-8 ore al giorno).

I comportamenti automatici più comuni riguardano:

  • il confronto del proprio aspetto con quello degli altri;
  • il controllo ripetuto allo specchio o su altre superfici riflettenti dei difetti percepiti;
  • il dedicarsi ecces­sivamente alla cura di sé (per es., pettinarsi, truccarsi, rasarsi, depilarsi o strapparsi peli);
  • il camuffarsi (per es., applicarsi ripetutamente il trucco o coprire le aree non gradite con cappelli, abiti, trucchi o i capelli);
  • la richiesta ad altre persone di rassicurazioni su come appaiono le imperfezioni percepite;
  • il toccarsi le aree non gradite per controllarle;
  • l’eccessivo esercizio fisico o sollevamento pesi;
  • la ricerca di trattamenti estetici.

Esiste una forma di dismorfismo corporeo denominato muscolare che si verifica quasi esclusivamente nei maschi e consiste nella preoccupazione riguardo all’idea che il proprio corpo sia troppo piccolo o insufficientemente snello o muscoloso. Un elemento importante di valutazione della gravità del disturbo consiste nell’esame del livello di consapevolezza del disturbo (insight) che mediamente è scarso nelle persone con questa difficoltà, ma può essere del tutto assente nelle situazioni più gravi (caratterizzate da veri e propri deliri). Negli individui con disturbo di dismorfismo corporeo delirante sono presenti maggiori tendenze allo sviluppo di idee suicidarie e di tentativi di suicidio.

DECORSO

I sintomi precursori del disturbo sono evidenti anche a all’’età di 12 o 13 anni. L’età medi di insorgenza è di 15 anni. In due terzi degli individui l’esordio del disturbo avviene prima dei 18 anni. Se non adeguatamente trattato con interventi psicoterapeutici evidence-based il disturbo di solito ha un decorso cronico. Le caratteristiche del disturbo appaiono simili nei bambini/adolescenti e negli adulti. A causa delle preoccupazioni le persone con questo disturbo presentano una compromissione del loro funzionamento psicosociale (lavorativo, scolastico, personale e familiare) che può essere moderato (per es., evitamento di alcune situazioni sociali) o molto grave e invalidante (per es., essere completamente costretti in casa). Circa il 20% dei giovani con disturbo di dismorfismo corporeo presenta abbandono scolastico. In alcuni casi le persone con queste difficoltà si auto esiliano, barricandosi in casa a volte anche per anni.

La prevalenza tra gli adulti statunitensi è del 2,4% con percentuali poco dissimili tra maschi e femmine. In Europa l’attuale prevalenza è di circa 1’1,7-1,8%. Femmine e maschi sembrano avere più somiglianze che differenze per quanto riguarda la maggior parte delle caratteristiche cliniche. Tuttavia, i maschi hanno più probabilità di avere preoccupazioni legate ai genitali, e le femmine hanno più probabilità di avere un disturbo alimentare in comorbilità.

FATTORI DI RISCHIO

Gli aspetti maggiormente studiati al fine di comprendere le cause del disturbo fanno riferimento a fattori di rischio:

    • ambientali (alti tassi di trascuratezza ed abuso durante l’infanzia);
    • genetici e fisiologici (prevalenza elevata del disturbo nei parenti di primo grado di persone con disturbo ossessivo-compulsivo);
    • individuali\temperamentali (bassa autostima, perfezionismo, anomalie del processamento visivo – con una propensione ad analizzare e codificare dettagli piuttosto che aspetti di configurazione generale dello stimolo visivo – ed una propensione per interpretazioni negative e minacciose delle espressioni facciali e degli scenari ambigui).

TRATTAMENTI

Tra i trattamenti basati sull’evidenza dei risultati oggi disponibili, le linee guida internazionali suggeriscono :

  • La terapia cognitivo-comportamentale (attraverso la terapia standard oppure l’utilizzo di materiali di auto-aiuto) che mira a sviluppare nella persona specifiche abilità pratiche per ridurre i comportamenti di controllo e l’ansia connessa alle preoccupazioni per la propria immagine e per il proprio corpo. Particolarmente utili risultano le tecniche di esposizione e prevenzione della risposta, attraverso le quali la persona viene guidata dal terapeuta a fronteggiare le ossessioni ed affrontare le situazioni ansiogene senza ricorrere ad evitamenti o comportamenti compulsivi (come i ripetuti controlli);
  • la terapia farmacologica, da sola in combinazione con la terapia cognitiva comportamentale, generalmente a base di antidepressivi.

FONTI

  1. S. Challis (2013). Understanding body dysmorphic disorder. Published by Mind 2013 © 2013 To be revised 2016.
  2. American Psychiatric Association (APA, 2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM–5)
CONTEGGIO_Tavola disegno 1_risultato

Se non lo faccio tre volte la mamma muore

Premessa

Tutti i bambini, nel corso dello sviluppo manifestano paure più o meno irrazionali e, in alcune circostanze, per sconfiggerle utilizzano dei comportamenti ripetitivi. Questi comportamenti si riscontrano comunemente in bambini di età compresa tra i due e gli otto anni, e sembrano essere funzionali al bisogno di controllare l’ambiente e gestire paure ed ansie. I bambini spesso hanno delle superstizioni ed una sorta di “pensiero magico” ossia la convinzione di poter controllare gli eventi attraverso il potere dei loro pensieri o dei loro comportamenti. In adolescenza i rituali tendono a diminuire lasciando spazio alle preoccupazioni ossessive legate all’aspetto fisico, allo sport o alla musica. Con la crescita la maggior parte di questi rituali scompare da sola. In alcune circostanze, tuttavia, i rituali del bambino persistono nel tempo, sono invalidanti, provocano sofferenza, sentimenti di vergogna e portano all’isolamento. In tali situazioni, i rituali, possono essere sintomi di un disturbo d’ansia denominato Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC). Leggi l’articolo per saperne di più.

Alcuni bambini – o adolescenti – con DOC hanno un’eccessiva paura dello sporco o dei germi, per questo motivo, si lavano troppo spesso (e troppo «a fondo») ed evitano di fare alcune cose, normali per gli altri, come andare in autobus, gettare la spazzatura, stringere la mano a qualcuno o toccare alcuni oggetti. Altri, potrebbero controllare e ricontrollare continuamente le cose che fanno, per avere la certezza di farle  «nel modo giusto», oppure potrebbero prestare troppa attenzione a come sono sistemati e ordinati gli oggetti (nella sua stanza o nel resto della casa), spaventati all’idea che le cose vengano spostate dalla loro «posizione prestabilita». Altri ancora potrebbero manifestare comportamenti bizzarri, come attraversare una porta senza toccarne i lati, accendere o spegnere l’interruttore della luce un certo numero di volte, evitare di calpestare le fughe del pavimento. Spesso questi comportamenti causano discussioni o attriti in famiglia o interferiscono con il rendimento scolastico.

La differenza tra DOC e normali routine nei bambini ed adolescenti risiede principalmente nelle caratteristiche della reazione degli stessi di fronte all’impossibilità di mettere in atto un rituale. Spesso i bambini (e gli adolescenti) con DOC non possono smettere di preoccuparsi, non importa quanto ci provino o quanto gli altri tentino di distrarli con proposte più o meno allettanti. Per molti anni, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è stato considerato un disturbo raro e difficilmente trattabile. Numerose ricerche oggi indicano che il DOC è un disturbo neurobiologico comune che colpisce uomini, donne e bambini di tutte le razze, religioni e background socioeconomici. I bambini tendono a nascondere i loro sintomi per confusione o imbarazzo. Molti genitori e insegnanti non hanno gli strumenti per riconoscere i segnali del disturbo in quanto la conoscenza scientifica del DOC si basa su recenti scoperte, inoltre molti clinici non sono preparati per diagnosticare e trattare questo disturbo. Fortunatamente, oggi sono disponibili trattamenti efficaci in terapia cognitivo-comportamentale che operano allenando il cervello a rispondere in modo diverso alle ossessioni.

Storie

Giorgia

“La mia esperienza con il DOC iniziò in estate. Avevo sette anni. Mio padre stava pianificando una vacanza al mare con mamma, con me e con mio ​​fratello di cinque anni. Ero entusiasta di vedere la spiaggia e di sentire la sabbia sotto i miei piedi per la prima volta. Quell’eccitazione fu di breve durata. Una volta lì, mio ​​padre e mia madre iniziarono a discutere, lanciando piatti ed insultandosi. Mia madre afferrò un flacone di pillole … le prese tutte. Immediatamente mio padre la portò in ospedale, dove rimase per il resto della nostra vacanza. Il lavaggio delle mie mani è iniziato poco tempo dopo. Ho passato ore ed ore in bagno a lavarmi le mani. Sentivo che se non lo avessi fatto, mia madre sarebbe morta. Mi sono sforzata di mangiare cibi che odiavo assolutamente. Non partecipavo ad attività che la maggior parte dei bambini fanno, tra cui nuotare in piscina perché pensavo che sarebbe accaduto qualcosa di orribile se l’avessi fatto. Non capivo perché fossi così. Facevo regolarmente la stessa preghiera che avevo memorizzato e pensavo che Dio fosse in contatto con me. Ero esausta, molto confusa e pensavo di essere pazza. Alla fine, ho confessato tutto a mia madre, che mi ha portato da uno neuropsichiatra infantile. È stato un sollievo scoprire che non ero l’unica persona con questa ansia…”

Beniamino

“Beniamino era tormentato dal timore che i suoi genitori sarebbero scomparsi. Per un po’ i suoi rituali – toccare le cose, ripetere alcune frasi – funzionarono nel placare la sua preoccupazione, ma alla fine l’ansia era diventata così travolgente da impedirgli di andare a scuola e di uscire addirittura dalla sua stanza. La storia del suo DOC iniziò quando aveva sei o sette anni. Aveva paura dei ladri, quindi controllava sempre dietro il letto per assicurarsi che non ci fosse nessuno. Poi questo comportamento divenne un’abitudine. Evidentemente nessun rapinatore poteva entrare in casa, Beniamino era al sicuro, ma non poteva fare a meno di rassicurarsi. Poi iniziò a temere che i genitori lo avrebbero lasciato. Era a casa del nonno ed , insieme stavano facendo dei lavoretti in cantina. Ad un certo punto Beniamino si distrasse, e quando si voltò il nonno non c’era più. Fu colto dal panico e da una grande paura. Quando riuscì a venir fuori dalla cantina vide che il nonno era nel vialetto e sentì un sollievo immediato. Da quel momento iniziò ad aver paura che i genitori lo abbandonassero. Qualcosa nella sua mente gli diceva che i suoi genitori avrebbero potuto lasciarlo e che sarebbe rimasto solo per tutta la vita. Non c’era nessun motivo valido per avere questi pensieri. Non riusciva più ad andare da solo da nessuna parte, chiaramente non sarebbe successo nulla, ma diventò paranoico e doveva avere continue rassicurazioni dai suoi genitori. Quando arrivò al punto da non poter restare nel suo letto i genitori sistemarono un materassino nella loro stanza. Ogni notte prima di addormentarsi chiedeva alla mamma: “e se succede qualcosa di brutto?” la mamma lo rassicurava dicendo “No non succederà nulla.” Lui rispondeva: “starai sveglia per controllare e per vedere se va tutto bene? “e lei rispondeva di si. A quel punto era rassicurato ed avrebbe dormito bene tutta la notte…” 

Carla

“Il mio primo ricordo del DOC risale a quando avevo circa otto anni: avevo paura di calpestare le crepe del marciapiede, non so perché, ma mi sentivo a disagio se lo facevo. Avevo inoltre il timore che se non avessi detto le mie preghiere con rispetto e sincerità, mia madre sarebbe morta in un incidente d’auto. Molte persone riconoscono il DOC quando si parla di lavaggio delle mani o di controllo delle cose. Il Disturbo ossessivo compulsivo può assumere anche altre forme più preoccupanti, ad esempio, la paura di poter danneggiare i propri figli, in modo molto violento. Quando ebbi il mio quarto figlio sperimentai pensieri intrusivi mentre andavo nella cameretta dei miei figli mi veniva in mente che avrei potuto strangolare le bambine nel sonno (ovviamente non l’avrei mai fatto). Era orribile attraversare il corridoio, perché ero come convinta che avrei potuto farlo davvero. Le persone con disturbo ossessivo compulsivo non sono pericolose e non danneggiano gli altri, ma questi pensieri assurdi le rendono esauste. Il rituale che avrebbe dovuto scongiurare il pericolo (la compulsione) era quella di alzarsi dal letto togliere tutte le cinture dalle vestaglie. Poi tornavo a letto, ma non riuscivo ancora a dormire, mi alzavo di nuovo dal letto, prendevo le cinture, le mettevo in una borsa, chiudevo la borsa e mettevo la borsa in un armadio alto. Ciò mi dava un piccolo sollievo, ma non bastava…”

IL DISTURBO

La caratteristica principale del DOC è la presenza di ossessioni e compulsioni che provocano nei bambini e negli adolescenti un significativo disagio ed interferiscono con il normale funzionamento personale, scolastico, relazionale e familiare.

Le ossessioni sono paure o dubbi persistenti e pensieri o immagini sconvolgenti che il bambino non riesce ad ignorare o respingere (ad esempio paura di sporcizia o germi, paura della contaminazione, bisogno di simmetria, ordine e precisione, ossessioni religiose, preoccupazione per i prodotti del proprio corpo come feci o urina, pensieri sessuali o aggressivi, paura delle malattie, percezione di suoni invadenti o parole).

Le compulsioni sono azioni ripetitive o rituali funzionali ad alleviare l’ansia causata dalle ossessioni. Il sollievo è, tuttavia, temporaneo perché eseguire compulsioni alla fine rafforza le ossessioni (ad esempio di compulsioni: rituali di pulizia; rituali di movimento – muoversi in modo particolare in determinati spazi, uscire ed entrare dalle porte, compiere gli stessi movimenti nello stesso ordine prima di fare qualcosa- mettere sempre nello stesso ordine gli oggetti; contare o ripetere sempre le stesse parole; collezionare cose che apparentemente non hanno valore). Alcune compulsioni sono comportamentali, come il lavaggio, il controllo, il toccare o camminare secondo un determinato schema. Altre sono mentali, come contare in silenzio o pregare compulsivamente, ripetere un ricordo per assicurarsi di ave eseguito qualcosa ecc). 

A volte ossessioni e compulsioni sono legate, come ad esempio quando il bambino mette in atto ripetuti controlli delle serrature in risposta alla paura ossessiva della presenza di intrusi in casa, o si lava eccessivamente le mani a causa di una ossessione di malattia. Altre volte le ossessioni e le compulsioni non sono esplicitamente correlate, ad esempio se un bambino teme che accadrà qualcosa alla sua famiglia a meno che non tocchi qualcosa secondo un particolare schema o eviti di utilizzare determinati numeri.

I genitori potrebbero non essere consapevoli della quantità dei sintomi di un bambino, perché molti di questi si verificano nella loro mente ed altri sono facilmente nascosti o mascherati. I sintomi del DOC si manifestano con maggiore frequenza ed intensità a casa piuttosto che a scuola. Svolgere le semplici attività quotidiane può risultare estremamente stressante per il bambino e per la sua famiglia fino a far sperimentare un senso frustrazione, rabbia, impotenza e perdita di speranza. In casa i bambini con DOC potrebbero presentare alcuni di questi sintomi:

  • azioni ripetute sempre nello stesso modo per evitare delle conseguenze temute (ad esempio lavarsi le mani in continuazione per paura di essersi contaminati, mantenere un ordine eccessivo per evitare conseguenze fatali);
  • eccessivo tempo impiegato nello svolgimento dei compiti;
  • numerose cancellature sui quaderni;
  • rigidi rituali al momento di andare a dormire o appena svegli;
  • passare troppo tempo in bagno e consumare eccessivamente prodotti per la pulizia;
  • eccessiva lentezza nel prepararsi prima di andare a scuola;
  • manifestare emozioni di rabbia, ansia, frustrazione inappropriate in caso di interruzione del rituale da parte di qualcuno;
  • difficoltà a spiegare il comportamento ripetitivo (affermare semplicemente di sentirsi costretti a ripetere alcuni comportamenti);
  • tentativi di nascondere le compulsioni. 
  • eccessive richieste di rassicurazione rivolte ai genitori o alle persone vicine. 

Inoltre in ambito scolastico possono rilevarsi i seguenti segnali : difficoltà di attenzione, lentezza nel portare a termine i compiti assegnati, eccessive cancellature sui quaderni, continue richieste di rassicurazione alle insegnanti, ritardi, frequenti richieste di andare in bagno, rifiuto di far toccare o prestare il proprio materiale ad altri bambini.

DECORSO

Nel 25% dei casi l’esordio del DOC avviene entro i 14 anni. I maschi hanno un’età di esordio precoce rispetto alle femmine: quasi il 25% dei maschi ha un esordio prima dei 10 anni. L’insorgenza dei sintomi è solitamente graduale. Se non adeguatamente trattato il DOC ha un decorso cronico. L’esordio in età infantile o in adolescenza può comportare la presenza del DOC per tutta la vita. Tuttavia, il 40% degli individui con esordio del DOC in età infantile o in adolescenza può avere una remissione nella prima età adulta. Nei bambini le compulsioni vengono diagnosticate più facilmente rispetto alle ossessioni, in quanto le compulsioni sono osservabili. Alcune differenze nel contenuto delle ossessioni e delle compulsioni sono state riportate in campioni di bambini e adolescenti quando sono stati confrontati con campioni di adulti. Queste differenze riflettono probabilmente il contenuto appropriato alle differenti fasi di sviluppo (per es., tassi più alti di ossessioni sessuali e religiose negli adolescenti rispetto ai bambini; tassi più alti di ossessioni di danno [per es., timori di eventi catastrofici, come la morte o malattia propria o di una persona cara] nei bambini e negli adolescenti rispetto agli adulti).

FATTORI DI RISCHIO

Gli elementi di rischio relativi allo sviluppo del DOC fanno riferimento a :

  • fattori temperamentali (emotività negativa più elevata e inibizione comportamentale in età infantile);
  • fattori ambientali (abuso fisico e sessuale in età infantile e altri eventi stressanti o traumatici; alcuni agenti infettivi e una sindrome autoimmune post-infettiva);
  • fattori genetici e fisiologici (il tasso di DOC tra i parenti di primo grado degli adulti con DOC è circa due volte maggiore rispetto a parenti di primo grado di coloro che non hanno il disturbo; tra i parenti di primo grado di individui con esordio del DOC in età infantile o in adolescenza il tasso aumenta di 10 volte; sono state rilevate inoltre disfunzioni a carico della corteccia orbitofrontale, della corteccia cingolata anteriore e dello striato). 

Il DOC si verifica in tutto il mondo ed inoltre dappertutto si rileva una struttura sintomatologica simile che coinvolge pulizia, simmetria, accumulo, pensieri, tabù o timore di danno. Tuttavia, esistono variazioni locali nell’espressione dei sintomi ed i fattori culturali possono modellare il contenuto di ossessioni e compulsioni.

TRATTAMENTO

Il trattamento psicoterapeutico d’elezione è quello cognitivo comportamentale. Questo tipo di approccio insegna gradualmente ai bambini a sostituire i pensieri e le paure che stanno alla base del DOC, apportando in prima istanza una modifica del loro comportamento. In particolare l’utilizzo della tecnica di esposizione con prevenzione della risposta (ERP) permette a bambini e adolescenti di confrontarsi con le proprie paure. Progressivamente potranno imparare risposte più adeguate alle situazioni temute, senza che vi sia la necessità di mettere in atto i rituali.

La gestione dei comportamenti ossessivi-compulsivi in ambito domestico diventa fondamentale. Interventi specifici come il parent-training hanno lo scopo di fornire ai genitori strategie di intervento e informazioni finalizzate al mettere in atto comportamenti che non rinforzino il sintomo, ma che al contrario ne riducano la frequenza.

FONTI

  • https://adaa.org/living-with-anxiety/personal-stories/my-childhood-ocd
  • https://theocdstories.com/ocd/childhood-to-adulthood-ocd/
  • https://kids.iocdf.org/for-kids/life-will-be-okay-kathys-story/
  • https://www.blogger.com/blogger.g?blogID=2774024366280255902#allposts 
  • https://www.nhs.uk/conditions/obsessive-compulsive-disorder-ocd/dianas-story/
  • https://bayareaocd.com/story-of-ocd-beth-age17
  • American Psychiatric Association (APA, 2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders(DSM–5)
Blocco cervello

Cervello bloccato

Premessa

Le seguenti storie potranno sembrarvi assurde, bizzarre o frutto di una mente gravemente malata, in realtà le situazioni descritte di seguito sono comuni a molte persone che sperimentano un disturbo d’ansia abbastanza diffuso (DOC o Disturbo Ossessivo-Compulsivo) a volte tenuto nascosto o sottovalutato per anni. Si tratta di persone che nella maggior parte dei casi, pur riuscendo a funzionare bene a livello personale, sociale o lavorativo, vivono con estrema ansia la presenza di pensieri irrazionali che riconoscono come tali, ma che non riescono ad allontanare, se non attraverso la messa in atto di comportamenti ritualistici e ripetitivi.

Spesso tengono custoditi per anni questi “segreti” temendo di essere considerati dei “pazzi” fino a quando il disturbo diventa invalidante e compromette il funzionamento della persona nella quotidianità. Oggi il Disturbo Ossessivo Compulsivo può essere efficacemente trattato grazie all’utilizzo di protocolli psicoterapeutici basati sull’evidenza dei risultati e derivati dagli approcci cognitivo-comportamentali.

Storie

Barbara

“Barbara, una trentatreenne laureatasi a pieni voti in una prestigiosa università, è consapevole che il lavoro di supplenza che svolge presso una scuola è mortificante per una donna intelligente e colta come lei, ma si rende anche conto di essere tormentata da assillanti pensieri che la spingono a continui e reiterati controlli. Ho spento gli elettrodomestici? Ho chiuso a chiave la porta? Le capita molto spesso di uscire di casa di prima mattina per andare al lavoro sapendo che dovrà invertire la direzione di marcia e tornare indietro, una o anche due volte a controllare. Un giorno infilò nella sacca dei libri la caffettiera elettrica e il ferro da stiro e li portò con sé al lavoro. Ne provò una terribile vergogna. «Se cominci a fare cose del genere», si disse, «perderai anche quel minimo di autostima che ti è rimasto.» Allora ricorse a nuove strategie per tenere a bada quei suoi pensieri assillanti e immotivati: ogni mattina prima di andare al lavoro, metteva la caffettiera sopra il frigorifero lontano da qualsiasi presa elettrica e , a voce alta esclamava (con tono molto ironico) : «Arrivederci signor Caffè». Ha inoltre escogitato un trucco mnemonico per aiutarsi a ricordare di aver tolto la spina e preso l’abitudine di comprimersi quella del ferro, dalla parte degli elettrodi, contro il palmo della mano così da lasciarvi profondi segni che restano visibili per tutta la mezz’ora successiva, il che la rassicura sul fatto di aver staccato il ferro do stiro”.

Dino

“Dino, un venditore di automobili di quarantasei anni, ogni notte resta a letto sveglio ad ascoltare l’urlo delle sirene. Se sente contemporaneamente quella dei pompieri e quella della polizia, capisce che nelle vicinanze si è verificato un incidente stradale. A qualunque ora, si alza, si veste, si infila un paio di scarpe da tennis e gira in macchina per tutto il quartiere finché non si trova davanti la scena dell’incidente. Non appena la polizia va via, prende dalla propria vettura un secchio d’acqua, una scopa e del detersivo e comincia a strofinare l’asfalto. Deve farlo. In seguito alla collisione l’acido della batteria può essere colato o terra e Dino, che è obbligato a percorrere quelle strade ogni giorno, teme in maniera morbosa di essere contaminato da quell’acido. Finito di pulire (a volte termina che sono già le tre di mattina), torna a casa in macchina, si fa la doccia, mette le scarpe da tennis in un sacco di plastica e getta il sacco nel bidone della spazzatura. Compra le scarpe nei negozi che svendono, anche più di una dozzina di paia alla volta, sapendo che le calzerà un’unica notte”.

Carla

“Carla, cinquantaduenne, si era trovata a dover lottare contro le ossessioni fin da quando aveva cinque anni. Una di queste ossessioni era la paura di qualsiasi cifra in cui comparissero i numeri cinque o sei. Se, mentre si trovava al volante della propria auto con un’amica, vedeva una vettura sulla cui targa era segnato un cinque o un sei, era costretta ad accostare al marciapiede e ad attendere che passasse un’altra macchina con un numero «fortunato». «Mi capitava a volte di restare ferma per ore», ricorda. Ma non poteva fare altrimenti, perché era convinta che in caso contrario sarebbe capitato qualcosa di terribile a sua madre. Quando Carla divenne madre a sua volta, le sue ossessioni si appuntarono sul figlio e divennero ancora più strane. «Si trattava degli occhi», mi disse. «All’improvviso mi ero messa in testa che, se avessi fatto tutto nel modo giusto, sia gli occhi del mio bambino sia i miei non si sarebbero ammalati.» Né Carla né suo figlio avevano problemi di vista; eppure lei non poteva sopportare di trovarsi accanto qualcuno che ne avesse. «la semplice parola oculista suscitava in me orrendi pensieri. Non riuscivo a mettere i piedi nel punto in cui li aveva appoggiati una persona che non ci vedeva bene. Ero costretta a buttare via le scarpe.» Mentre Carla e io parlavamo, notai che per quattro volte si era scritta sul palmo di una mano la parolavista. Mi spiegò che quel pomeriggio, mentre guardava la televisione, era stata colta da un terribile pensiero sugli occhi e stava cercando di esorcizzarlo”.

Gianni

“Gianni temeva di danneggiare gli altri, quando era alla guida della sua auto o come conseguenza del fatto di non aver controllato gli elettrodomestici, le serrature, le luci, ed altri oggetti domestici. Lui era preoccupato per la figlia di 4 anni, temeva che la avrebbe fatta cadere mentre la portava in braccio o che lei sarebbe caduta dalle scale a causa di una sua scarsa supervisione. Per evitare queste catastrofi, Gianni controllava tutto continuamente”.

Riccardo

“Riccardo temeva ‘di trasformarsi in qualcun altro’ ossia temeva che incontrando o venendo in contatto con qualcuno percepito da lui come “cattivo” poteva acquisire queste caratteristiche indesiderabili e perdere la propria “essenza”. Riccardo evitava posti nella sua città (come la scuola, la la piscina, la biblioteca) dove era solito incontrare “contaminatori” e si impegnava in un rituale di pulizia approfondita e decontaminazione prima di entrare nella sua stanza”.

Laura

“Laura descriveva le proprie ossessioni in questo modo: «Mi fanno a pezzi l’anima. Basta un piccolissimo pensiero e le ossessioni esplodono in una palla di fuoco, un mostro che sfugge a. qualsiasi controllo». A rendere la sua vita un inferno erano i coltelli. «Magari era un semplice coltello da burro, ma non appena lo prendevo in mano mi veniva voglia di pugnalare qualcuno, soprattutto chi mi era più vicino. Era orribile. Dio santo, Io non farei del male a una mosca. Ciò, che mi atterriva di più era il fatto che provavo quelle ossessioni nei confronti di mio marito”.

Roberta

“Se a Roberta capitava di passare con l’auto su un piccolo dosso o una buca, veniva improvvisamente presa dal panico, immaginando di aver investito qualcuno. Una volta, mentre usciva da un centro commerciale, notò in mezzo al parcheggio un sacco di plastica. «Di colpo, qualcosa mi disse che si trattava di un corpo. “Frenai di botto e lo fissai, sapendo perfettamente che si trattava di un sacco di plastica. Ma dentro di me paura e panico aumentavano. Gli girai attorno per osservarlo di nuovo … ” Dovunque andasse, continuava a guardare nello specchietto retrovisore, con lo stomaco contratto. Quella cosa sul lato della strada era un semplice giornale? O era un corpo? Terrorizzata all’idea di guidare, finì per diventare una reclusa nella sua stessa casa”.

Giacomo

“Giacomo, un perito d’assicurazione di quarantatré anni, si lava le mani almeno cinquanta volte al giorno (ma in certi periodi anche cento e più). La sua pelle è ormai così intrisa di sapone che gli basta bagnarsi le mani con un po’ d’acqua per trovarsele piene di schiuma. Giacomo sa che non sono sporche, così come è perfettamente consapevole che ciò che tocca non può essere tutto stranamente contaminato. Se ci fosse stata una specie di inquinamento generale, dice a se stesso, «le persone cadrebbero a terra mosche». Ma non riesce a levarsi di testa la sensazione che le mani siano sporche, perciò se le lava e rilava, in preda a un’ansia costante: «Me le sono davvero pulite o no? E le ho strofinate bene?» A un certo punto la pelle gli si è così arrossata ed è diventata tanto ruvida che tra le dita si sono formate profonde piaghe. Basta una goccia d’acqua sulle mani per provare un dolore come quello prodotto dal sale cosparso su una ferita aperta. Eppure Giacomo continua a lavarsi. Non può smettere. E’ il suo terribile segreto, che cerca di tenere nascosto con stratagemmi che susciterebbero l’ammirazione di un agente segreto”.