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Sepolta dai tesori

PREMESSA

Qual è il rapporto che avete con le cose che possedete? L’idea di liberarvi di oggetti (anche inutili) vi fa star male? Sentite di avere un legame emotivo con tutto quello che possedete? Avete mai vissuto l’impellenza di ottenere o acquistare qualcosa per il timore di perdere una occasione? In casa state accumulando centinaia di oggetti inutili? In determinate circostanze questa tendenza può essere il segnale della presenza di uno specifico disturbo. Gli oggetti personali giocano un ruolo importante nella vita di ognuno di noi. Le cose che possediamo ci forniscono comfort, praticità e piacere, in definitiva ci fanno “stare bene”. Possono aiutarci a vivere una vita piena e felice. Ma perdere il controllo sugli oggetti può rovinarci. La pericolosità insita nel rapporto con i propri possedimenti è diventata solo da poco oggetto di interesse per psicologi e psichiatri. Fino agli anni 90, infatti, non sono stati effettuati studi sistematici sull’accumulo compulsivo. Nel 2013 l’American Psychiatric Association ha inserito il disturbo da accumulo come categoria distinta nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM – 5, 2013).

STORIE

Carla

“Carla è una donna di 55 anni e si descrive come un piccolo roditore che accumula e mette qualsiasi cosa da parte … come riserva. Tende a conservare tutto perché ritiene che in futuro potrebbe averne bisogno. Ha sempre avuto la tendenza a lasciare che questi oggetti si accumulassero in casa, tuttavia, da quando si è separata dal marito, le condizioni della sua abitazione sono peggiorate significativamente. Ora ha difficoltà a buttare via qualsiasi cosa. La casa è piena di posta inutile, di volantini pubblicitari e di giornali dei quali non si libera perché pensa siano importanti o possano risultare utili in futuro. Vorrebbe mettere ordine e buttare quello che non serve ma non riesce, così la pila di oggetti aumenta e lei si sente sopraffatta e impossibilitata ad iniziare la pulizia. Quando guarda il disordine che c’è in casa, comincia a sentirsi stanca e depressa e dice di non avere le forze per iniziare a sistemare. L’ultima volta che sua figlia, una donna sposata di 25 anni, è andata a trovarla ha avuto difficoltà a camminare in casa per la presenza di pile di carta, vestiti, contenitori ed altri oggetti. Carla, negli ultimi anni, ha anche difficoltà quando esce di casa per fare acquisti. Appena vede qualche prodotto che considera un affare – ad esempio, vede forti sconti sull’abbigliamento – dice a se stessa ‘se non lo compro ora perderò una grande opportunità’  e sente un forte impulso ad acquistare. In realtà non indossa mai i vestiti che compra e spesso li lascia ammassati nella sua camera da letto”.

Emilio

“La situazione di Emilio, un uomo di 40 anni, era stata segnalata ai servizi sociali a seguito di numerose lamentele da parte dei vicini di casa preoccupati delle condizioni della sua proprietà. L’esterno della casa era in rovina, vecchi apparecchi arrugginiti e non funzionanti e rottami di ogni tipo ingombravano il suo cortile. Emilio sosteneva di essere sempre alla ricerca di un buon affare. Passava la maggior parte del suo tempo libero a visitare mercatini delle pulci, discount e sfasciacarrozze in cerca di occasioni. Pensava di poter sistemare gli oggetti per poi regalarli alla sua famiglia o venderli per ricavarne del denaro. Tuttavia, in 20 anni nei quali aveva acquisito oggetti, non ricordava di aver mai venduto nulla; allo stesso modo, non aveva quasi mai regalato nulla. Gli oggetti che prendeva venivano accumulati in pile giganti all’interno dell’abitazione. Quando visitammo per la prima volta la casa di Emilio, dovemmo passare attraverso una porta secondaria, parzialmente bloccata da vecchi mobili; tutti gli altri ingressi della casa erano completamente bloccati e inutilizzabili. Gli oggetti erano ammucchiati dal pavimento al soffitto in tutta la casa ed Emilio camminava in casa grazie a “sentieri” stretti tra le pile di oggetti. Alcune stanze erano completamente bloccate. La casa era maleodorante, come se ci fosse del cibo in decomposizione. Molti elettrodomestici, come la stufa ed il frigorifero, non funzionavano più e non erano stati riparati perché i tecnici non avevano potuto raggiungerli fisicamente”.

Pamela

“Pamela è una donna di 53 anni, single, laureata ma disoccupata. Vive con la madre di 85 anni ed i suoi 25 gatti. Ha avuto in casa fino a 40 gatti contemporaneamente. La casa si presenta visibilmente ingombra con oggetti ammassati un po’ dappertutto e si sente un forte odore di ammoniaca; ci sono resti di feci di gatto anche su alcune pareti. Pamela non fa caso al forte odore sgradevole; vede la sua casa sporca, ma dice di non avere abbastanza tempo per pulire. Nel corso degli anni ha avuto problemi con l’Ente Nazionale Protezione Animali a causa di numerose segnalazioni fatte dai vicini sulle condizioni dei suoi animali. Sostiene che il problema non è il numero dei gatti ma il fatto che la sua casa è un po’ in disordine; dice inoltre che i suoi gatti sono amati e ben curati e che vivono meglio di lei. Pamela asserisce di essere amante degli animali e si identifica con loro, il suo attaccamento ai gatti è fortemente emotivo. Crede di dare agli animali l’amore che non ha trovato altrove nella vita. Cominciò a prendere gatti con sé quando un vicino le disse che i gatti randagi venivano catturati ed uccisi, da quel momento iniziò ad ospitare molti più gatti di quanti potesse realmente gestirne. Pamela non vuole rinunciare a nessuno degli animali”.

IL DISTURBO

La caratteristica essenziale del disturbo da accumulo (DA) è la persistente (e non occasionale) difficoltà di buttare via o separarsi dai propri beni, a prescindere dal loro valore reale. All’interno dello stesso disturbo rientrano le difficoltà che le persone possono sperimentare nell’acquisizione di oggetti come volantini, giornali, articoli gratuiti oppure oggetti che altre persone hanno buttato e l’acquisto compulsivo di beni. La difficoltà di gettare via i beni si riferisce a qualsiasi forma di smaltimento, tra cui buttare via, vendere, dare via o riciclare. Le principali ragioni addotte dalla persona per giustificare questa difficoltà sono l’utilità percepita o il valore estetico degli oggetti oppure il forte legame affettivo con i beni. Alcuni individui si sentono responsabili per la sorte dei loro beni e spesso fanno di tutto per evitare che vengano sprecati. Il timore di perdere informazioni importanti è altrettanto comune. Qualsiasi tentativo di terze parti di disfarsi o di gettare via o riordinare i beni provoca alti livelli di disagio nella persona. La conservazione, da parte della persona, di innumerevoli oggetti nel proprio spazio di vita interferisce con la possibilità di vivere in quell’ambiente. In particolare, nel disturbo da accumulo gli oggetti ingombrano tutti gli spazi abitativi impedendone l’utilizzo. L’eccessiva acquisizione e la conservazione degli oggetti causano disagio tra le mura domestiche fino ad interferire con la possibilità di utilizzare in modo funzionale le camere e l’arredamento. Per esempio, l’individuo può non essere più in grado di cucinare in cucina, di dormire nel proprio letto o di sedere su una sedia. A volte i beni di queste persone si riversano al di fuori degli spazi vitali e possono occupare e compromettere l’utilizzo di altri spazi, come automobili, cortili, luoghi di lavoro e case di amici e parenti. Per diagnosticare un disturbo da accumulo le aree di vita e l’abitazione della persona devono essere totalmente ingombre. La presenza di oggetti ammassati in soffitta, nei ripostigli o nella cantina di per sé non costituisce elemento sufficiente ad ipotizzare la presenza di un disturbo.

L’accumulo di animali (una specifica forma di disturbo da accumulo) può essere definito come l’accumulo di un gran numero di animali ed il fallimento nel fornire a essi standard minimi di nutrizione, igiene e cure veterinarie e nel provvedere in caso di peggioramento delle condizioni degli animali (compresa la malattia, la fame o la morte) e dell’ambiente (per es., grave sovraffollamento, condizioni gravemente insalubri). Questo problema comporta significative difficoltà nel funzionamento sociale, personale, lavorativo della persona e può essere causa di estremo disagio psicologico ed emotivo. Le conseguenze del disturbo da accumulo possono essere devastanti – ad es. morte in un incendio, schiacciamento dalle pile di oggetti rovesciate, malattie sviluppate a causa delle precarie condizioni di igiene. Possono manifestarsi inoltre conseguenze sulle relazioni familiari a causa del forte stress cui i membri della famiglia sono sottoposti; in queste situazioni, infatti, sono frequenti i problemi coniugali e le separazioni.

DECORSO

Il disturbo da accumulo solitamente ha il suo esordio durante l’infanzia e spesso presenta una certa familiarità. L’accumulo sembra esordire precocemente nella vita; i primi sintomi possono emergere intorno agli 11-15 anni, iniziano a interferire con il funzionamento quotidiano verso la metà del secondo decennio e causano una significativa compromissione intorno alla metà del terzo decennio. Una volta che i sintomi hanno inizio, il decorso dell’accumulo è spesso cronico.  Il Disturbo non migliora senza trattamento ed è molto comune, riguarda infatti una percentuale tra il 2 ed 6 % della popolazione e colpisce sia maschi che femmine.

FATTORI DI RISCHIO

A causa della reticenza che spesso queste persone hanno ad affrontare il loro problema da un punto di vista terapeutico, e della conseguente difficoltà a portare avanti studi scientifici, oggi non c’è ancora una teoria sufficientemente chiara e condivisa sulle cause del disturbo. Tuttavia, numerosi studiosi hanno esaminato il potenziale effetto di:

  • fattori temperamentali ed individuali (le persone con disturbo da accumulo sono spesso definite come indecise, perfezioniste, tendenti alla procrastinazione ed all’evitamento, distraibili e gravate da difficoltà nel pianificare e organizzare attività).
  • fattori ambientali come:
  • eventi traumatici (le persone con disturbo da accumulo spesso riferiscono retrospettivamente eventi di vita stressanti e traumatici che precedono l’insorgenza del disturbo o che ne causano l’esacerbazione; un’alta percentuale persone con DA ha subito eventi gravemente traumatici; si ipotizza infatti che il comportamento di accumulo abbia una qualche funzione nel gestire il trauma);
  • fasi di vita caratterizzate da ristrettezza economica, che non infrequentemente seguono fasi di grande benessere economico;
  • una infanzia caratterizzata da abusi psicologici e/o trascuratezza;
  • fattori genetici e fisiologici (tra le varie spiegazioni ci sono anche quelle genetiche – familiarità di circa il 50% – e fisiologiche – specifiche alterazioni del cervello); la biologia giocherebbe un ruolo, non ancora del tutto chiaro, nel disturbo infatti andrebbero indagate le interazioni tra genetica e fattori ambientali.

TRATTAMENTI

Le persone con DA hanno una consapevolezza molto bassa del disturbo, per cui chiedono poco o rifiutano il trattamento. Gli approcci terapeutici più efficaci fanno riferimento all’utilizzo di protocolli di terapia cognitivo comportamentale che coniugano le tecniche di Esposizione e Prevenzione della risposta (che consistono in sostanza nel far buttare velocemente una certa parte degli oggetti, bloccando controlli sugli stessi) con altre componenti della terapia cognitiva quali:

  • gli interventi focalizzati sulla motivazione della persona;
  • il miglioramento e lo sviluppo nella persona delle abilità di decision making (presa di decisioni) e problem solving (risoluzione di problemi);
  • l’esposizione allo scegliere, buttare, non comprare;
  • la ristrutturazione cognitiva e la modifica delle convinzioni che causano o mantengono attivo il disturbo.

FONTI

  • American Psychiatric Association (APA, 2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM–5).
  • Gail Steketee, Randy O. Frost (2014). Treatment for Hoarding Disorder Workbook – Oxoford University Press Second Edition- Oxford University Press
  • David F. Tolin; Randy O. Frost; Gail Steketee (2014). Buried in Treasures. Help for Compulsive Acquiring, Saving, and Hoarding Second Edition – Oxford University Press
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