Blocco cervello

Cervello bloccato

Premessa

Le seguenti storie potranno sembrarvi assurde, bizzarre o frutto di una mente gravemente malata, in realtà le situazioni descritte di seguito sono comuni a molte persone che sperimentano un disturbo d’ansia abbastanza diffuso (DOC o Disturbo Ossessivo-Compulsivo) a volte tenuto nascosto o sottovalutato per anni. Si tratta di persone che nella maggior parte dei casi, pur riuscendo a funzionare bene a livello personale, sociale o lavorativo, vivono con estrema ansia la presenza di pensieri irrazionali che riconoscono come tali, ma che non riescono ad allontanare, se non attraverso la messa in atto di comportamenti ritualistici e ripetitivi.

Spesso tengono custoditi per anni questi “segreti” temendo di essere considerati dei “pazzi” fino a quando il disturbo diventa invalidante e compromette il funzionamento della persona nella quotidianità. Oggi il Disturbo Ossessivo Compulsivo può essere efficacemente trattato grazie all’utilizzo di protocolli psicoterapeutici basati sull’evidenza dei risultati e derivati dagli approcci cognitivo-comportamentali.

Storie

Barbara

“Barbara, una trentatreenne laureatasi a pieni voti in una prestigiosa università, è consapevole che il lavoro di supplenza che svolge presso una scuola è mortificante per una donna intelligente e colta come lei, ma si rende anche conto di essere tormentata da assillanti pensieri che la spingono a continui e reiterati controlli. Ho spento gli elettrodomestici? Ho chiuso a chiave la porta? Le capita molto spesso di uscire di casa di prima mattina per andare al lavoro sapendo che dovrà invertire la direzione di marcia e tornare indietro, una o anche due volte a controllare. Un giorno infilò nella sacca dei libri la caffettiera elettrica e il ferro da stiro e li portò con sé al lavoro. Ne provò una terribile vergogna. «Se cominci a fare cose del genere», si disse, «perderai anche quel minimo di autostima che ti è rimasto.» Allora ricorse a nuove strategie per tenere a bada quei suoi pensieri assillanti e immotivati: ogni mattina prima di andare al lavoro, metteva la caffettiera sopra il frigorifero lontano da qualsiasi presa elettrica e , a voce alta esclamava (con tono molto ironico) : «Arrivederci signor Caffè». Ha inoltre escogitato un trucco mnemonico per aiutarsi a ricordare di aver tolto la spina e preso l’abitudine di comprimersi quella del ferro, dalla parte degli elettrodi, contro il palmo della mano così da lasciarvi profondi segni che restano visibili per tutta la mezz’ora successiva, il che la rassicura sul fatto di aver staccato il ferro do stiro”.

Dino

“Dino, un venditore di automobili di quarantasei anni, ogni notte resta a letto sveglio ad ascoltare l’urlo delle sirene. Se sente contemporaneamente quella dei pompieri e quella della polizia, capisce che nelle vicinanze si è verificato un incidente stradale. A qualunque ora, si alza, si veste, si infila un paio di scarpe da tennis e gira in macchina per tutto il quartiere finché non si trova davanti la scena dell’incidente. Non appena la polizia va via, prende dalla propria vettura un secchio d’acqua, una scopa e del detersivo e comincia a strofinare l’asfalto. Deve farlo. In seguito alla collisione l’acido della batteria può essere colato o terra e Dino, che è obbligato a percorrere quelle strade ogni giorno, teme in maniera morbosa di essere contaminato da quell’acido. Finito di pulire (a volte termina che sono già le tre di mattina), torna a casa in macchina, si fa la doccia, mette le scarpe da tennis in un sacco di plastica e getta il sacco nel bidone della spazzatura. Compra le scarpe nei negozi che svendono, anche più di una dozzina di paia alla volta, sapendo che le calzerà un’unica notte”.

Carla

“Carla, cinquantaduenne, si era trovata a dover lottare contro le ossessioni fin da quando aveva cinque anni. Una di queste ossessioni era la paura di qualsiasi cifra in cui comparissero i numeri cinque o sei. Se, mentre si trovava al volante della propria auto con un’amica, vedeva una vettura sulla cui targa era segnato un cinque o un sei, era costretta ad accostare al marciapiede e ad attendere che passasse un’altra macchina con un numero «fortunato». «Mi capitava a volte di restare ferma per ore», ricorda. Ma non poteva fare altrimenti, perché era convinta che in caso contrario sarebbe capitato qualcosa di terribile a sua madre. Quando Carla divenne madre a sua volta, le sue ossessioni si appuntarono sul figlio e divennero ancora più strane. «Si trattava degli occhi», mi disse. «All’improvviso mi ero messa in testa che, se avessi fatto tutto nel modo giusto, sia gli occhi del mio bambino sia i miei non si sarebbero ammalati.» Né Carla né suo figlio avevano problemi di vista; eppure lei non poteva sopportare di trovarsi accanto qualcuno che ne avesse. «la semplice parola oculista suscitava in me orrendi pensieri. Non riuscivo a mettere i piedi nel punto in cui li aveva appoggiati una persona che non ci vedeva bene. Ero costretta a buttare via le scarpe.» Mentre Carla e io parlavamo, notai che per quattro volte si era scritta sul palmo di una mano la parolavista. Mi spiegò che quel pomeriggio, mentre guardava la televisione, era stata colta da un terribile pensiero sugli occhi e stava cercando di esorcizzarlo”.

Gianni

“Gianni temeva di danneggiare gli altri, quando era alla guida della sua auto o come conseguenza del fatto di non aver controllato gli elettrodomestici, le serrature, le luci, ed altri oggetti domestici. Lui era preoccupato per la figlia di 4 anni, temeva che la avrebbe fatta cadere mentre la portava in braccio o che lei sarebbe caduta dalle scale a causa di una sua scarsa supervisione. Per evitare queste catastrofi, Gianni controllava tutto continuamente”.

Riccardo

“Riccardo temeva ‘di trasformarsi in qualcun altro’ ossia temeva che incontrando o venendo in contatto con qualcuno percepito da lui come “cattivo” poteva acquisire queste caratteristiche indesiderabili e perdere la propria “essenza”. Riccardo evitava posti nella sua città (come la scuola, la la piscina, la biblioteca) dove era solito incontrare “contaminatori” e si impegnava in un rituale di pulizia approfondita e decontaminazione prima di entrare nella sua stanza”.

Laura

“Laura descriveva le proprie ossessioni in questo modo: «Mi fanno a pezzi l’anima. Basta un piccolissimo pensiero e le ossessioni esplodono in una palla di fuoco, un mostro che sfugge a. qualsiasi controllo». A rendere la sua vita un inferno erano i coltelli. «Magari era un semplice coltello da burro, ma non appena lo prendevo in mano mi veniva voglia di pugnalare qualcuno, soprattutto chi mi era più vicino. Era orribile. Dio santo, Io non farei del male a una mosca. Ciò, che mi atterriva di più era il fatto che provavo quelle ossessioni nei confronti di mio marito”.

Roberta

“Se a Roberta capitava di passare con l’auto su un piccolo dosso o una buca, veniva improvvisamente presa dal panico, immaginando di aver investito qualcuno. Una volta, mentre usciva da un centro commerciale, notò in mezzo al parcheggio un sacco di plastica. «Di colpo, qualcosa mi disse che si trattava di un corpo. “Frenai di botto e lo fissai, sapendo perfettamente che si trattava di un sacco di plastica. Ma dentro di me paura e panico aumentavano. Gli girai attorno per osservarlo di nuovo … ” Dovunque andasse, continuava a guardare nello specchietto retrovisore, con lo stomaco contratto. Quella cosa sul lato della strada era un semplice giornale? O era un corpo? Terrorizzata all’idea di guidare, finì per diventare una reclusa nella sua stessa casa”.

Giacomo

“Giacomo, un perito d’assicurazione di quarantatré anni, si lava le mani almeno cinquanta volte al giorno (ma in certi periodi anche cento e più). La sua pelle è ormai così intrisa di sapone che gli basta bagnarsi le mani con un po’ d’acqua per trovarsele piene di schiuma. Giacomo sa che non sono sporche, così come è perfettamente consapevole che ciò che tocca non può essere tutto stranamente contaminato. Se ci fosse stata una specie di inquinamento generale, dice a se stesso, «le persone cadrebbero a terra mosche». Ma non riesce a levarsi di testa la sensazione che le mani siano sporche, perciò se le lava e rilava, in preda a un’ansia costante: «Me le sono davvero pulite o no? E le ho strofinate bene?» A un certo punto la pelle gli si è così arrossata ed è diventata tanto ruvida che tra le dita si sono formate profonde piaghe. Basta una goccia d’acqua sulle mani per provare un dolore come quello prodotto dal sale cosparso su una ferita aperta. Eppure Giacomo continua a lavarsi. Non può smettere. E’ il suo terribile segreto, che cerca di tenere nascosto con stratagemmi che susciterebbero l’ammirazione di un agente segreto”.

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